Acqua sporca

Quando a Luglio andavamo dalla zia Giovanna ci sembrava un sogno. Io e Giacomo, il mio fratello più piccolo, ci svegliavamo alle sei del mattino, prima della zia, della mamma, dei nonni, delle automobili e di tutta la città. Di fretta mangiavamo qualche biscotto e poi uscivamo subito a goderci gli ultimi momenti di fresco della giornata. Correvamo fino alla spiaggia e lì cantavamo delle canzoni improvvisate. 9 anni e il mare davanti. “E se non vuoi ascoltare allora tappati le orecchie brutto scemo tappati le orecchie e torna casa, noi stiam qui fino alla fine, qui fino alla fine…” era la hit di quell’estate. Me lo ricordo benissimo. Io che battevo coi legnetti sulle sdraio del lido per dare il ritmo. E mio fratello Giacomo che continuava a ripetere “fino alla fine” , e urlava e sembrava buttare fuori tutto quello che può stare dentro a un bambino di 8 anni. Solo in quei giorni guardare il cielo mi emozionava. Forse perché Giacomo era ancora lì con me. L’ultima volta che l’ho visto stava ancora gridando “fino alla fine”. Io avevo smesso di battere i legnetti sulle sdraio e consultavo le nuvole pensando a come sarei diventato. Sentii Giacomo allontanarsi e poi buttarsi dal molo. Ascoltai i suoi passi mentre usciva dall’acqua. Sapevo che si sarebbe messo a correre per tutto il lungo mare. Lo faceva sempre. Una volta mi disse che era felice. Lo era davvero, l’unico di tutti quelli che ho conosciuto nella mia vita. Non lo vidi mai più. Mia madre era morta quella mattina. Stava male e io lo sapevo che prima o poi sarebbe successo. Erano anni che non si alzava dal letto. Mio padre faceva di tutto per lei. Consumava ogni minuto di tempo rimastogli. Al funerale piangeva ma in un certo senso stava meglio. Di Giacomo nessuno fece più parola. Forse aveva trovato lui la mamma morta e poi era scappato. Lui ci era tanto affezionato. Lo cercai per tutta la città, andai nei suoi posti preferiti ma niente. “Fino alla fine”. Chiesi a mio papà di aiutarmi a cercarlo ma lui dovette tornare a lavoro quasi subito. I nonni erano vecchi e la zia fece finta di niente. Continuavo a svegliarmi alle sei. Mangiavo i nostri biscotti e poi battevo i legnetti contro le sdraio. Stavo lì tutto il giorno e non guardavo il cielo. Guardavo solo il molo e gli ultimi resti di mio fratello, le orme dei suoi piedi rimaste sulla spiaggia. E odiavo il mare che cercava di cancellarle. Odiavo tutti quelli che mi dicevano di arrendermi, che non era successo niente, di andare a dormire, di continuare a dormire, di smetterla di credere ai fantasmi, ai sogni.

“E se non vuoi ascoltare allora tappati le orecchie brutto scemo tappati le orecchie e torna a casa, noi stiam qui, qui…”