Come io non perdere

“C’era un fiume vuoto e io piena di sangue in mezzo. Mi avevano detto che avrei liberato tutti. Ma non è stato così. Ho avuto fiducia. Ma non è servito. Ho tentato di fare il bene degli altri. Inutile. Ho attraversato tutto il mare solo per vederti…”

“Adesso basta, va bene così, le faremo sapere”

Francesca si sentì male. Aveva preparato quel provino per almeno un mese, aveva scritto lei stessa  il testo per essere scelta come attrice in quella “fottuta”, pensava adesso, compagnia teatrale. Compagnia teatrale che, però, stava riscuotendo enorme successo specie in quel di Milano.
Lei aveva sognato tante volte di potersi esibire su quel palco, che, dalla galleria, non le era sembrato così grande come invece le pareva in quel momento.
Eppure nemmeno 15 secondi e il regista, il famoso Vittorio Bianchi, le aveva ordinato di tacere.
E come in ogni dramma che si rispetti, Francesca scoppiò a piangere e si incamminò verso l’uscita. Quando passò vicino al regista notò che l’aiuto, un trentenne con gli occhialoni neri, stava sussurrando qualcosa, sorridendo. E chissà perché Francesca capì, in quel momento, che era colpa di quello strano personaggio se l’audizione era terminata in modo così brusco. Quel ragazzo, probabilmente appena uscito da quel puttanaio che era il Dams, doveva aver provato una sorta di antipatia nei suoi confronti. Infame.

Mario, il figlio del regista, quel trentenne occhialuto a cui Francesca aveva imputato la colpa, uscì dal teatro poco prima della fine delle audizioni. Saltò sulla sua Jaguar verde acqua e corse a casa, si fece la doccia in due minuti e alle 8.55 riuscì a farsi trovare davanti al Cinema Contador, dove aveva dato appuntamento alla sua ragazza, alle 8.56.
Marta arrivò alle 8.59, e non alle 8.56, anche se avrebbe potuto essere puntuale.  Diede un lungo bacio a Mario e poi entrarono a vedere uno strano film finlandese, suggerito dal padre di Mario, il grande Vittorio Bianchi.

Francesca in realtà non era tornata a casa quel giorno. Aveva aspettato fuori dal teatro per chiedere almeno il motivo di quella “bocciatura”, perché, anche se il regista aveva detto “le faremo sapere”, di “bocciatura” si trattava. Voleva chiederlo direttamente al celebre Vittorio, ma quando si vide di fronte Mario Bianchi decise di seguirlo. Quello doveva provare una specie di risentimento personale. Né era sicura. Così sicura che, ignara di quanto possa essere strano un film finlandese, dovette aspettare 3 ore e mezza prima che i due fidanzatini uscissero dal cinema. E non voleva credere ai suoi occhi quando finalmente riuscì a distinguere la fidanzata del trentenne dagli occhialoni neri.
Era proprio Marta. Aveva anche lei 25 anni e stavano facendo il dottorato di biologia insieme.  Non è che si conoscessero bene, ma anche a Marta piaceva il teatro, come spettatrice si intende. Dovevano essersi conosciuti nell’ambiente, pensò Francesca. E dato che un primo dubbio cominciò a correrle attraverso il sistema nervoso, decise di tallonare ancora per un po’ i due giovani.
Mario e Marta arrivarono davanti a uno dei nuovi palazzoni del centro. Salirono fino al terzo piano, ma cominciarono a spogliarsi già in ascensore. E non perché faceva caldo.

Francesca stava morendo di freddo, li aveva seguiti con la sua modesta Focus nera ma ora se ne stava lì impalata a scrutare i campanelli.  Non si ricordava se avesse mai parlato a Marta della sua audizione, anzi, fino a quel giorno credeva di averne solo parlato alla mamma e alla nonna. Ma dopo averla vista con quello ,che ancora credeva essere l’aiuto regista, la mente cominciò ad alterare il passato. Più fluttuavano i ricordi delle discussioni con Marta più percepiva, da parte di quella ragazza, un senso di invidia nei suoi confronti.  La Biologia non dà così tanti sbocchi, e c’era bisogno di essere più bravo degli altri. Ma Francesca in questo era imbattibile, sarebbe riuscita persino a studiare a testa in giù su un Frecciarossa a costo di non avere rivali. Non lo faceva per cattiveria. Era fatta così. Ma a Marta sicuramente questa cosa non doveva essere andata giù. E guarda caso l’aiutoregista era il suo fidanzato. Che cosa gli sarebbe costato bocciare ad un provino una delle 1100 aspiranti che avrebbero calpestato quel palco?
Pensava così e faceva freddo.  Allora tornò nella sua Ford pronta a inventarsi un altro monologo. Dalle situazioni peggiori nascono scritti migliori. E magari con quello sarebbe passata.

Mario Bianchi era proprio contento quella sera. Il film Finlandese, bello per carità, aveva accresciuto quel desiderio fisico che provava per Marta, ormai stabile rapporto da mesi. Del film ne avrebbero discusso la mattina successiva, giusto per non trovarsi impreparati nella conversazione col Vittorio Bianchi, che, da sempre,  aveva costretto il figlio ad analisi cinematografiche fin troppo approfondite. Ma il Mario, di nascosto, s’era pure guardato tutti gli High School Musical.
Il corpo di Marta gli fece capire quanto culo avesse in quel momento. Lei certo, ma anche lui a trovarsi a letto con una così bella ragazza.
Verso le 2 di notte lui la riportò dalla mamma. Poi alle tre e mezza del mattino rientrò nel suo appartamento del terzo piano. Lui avrebbe preferito stare più in alto, c’erano così tanti piani in quei nuovi palazzi. Ma il padre aveva insistito per comprare quello.

Francesca si risvegliò alle 9.30 circa. Adesso faceva freddo anche in auto ma di questo non si rese conto.  Aveva scritto proprio un gran bel monologo, c’era da piangere solo a leggerlo. Figuriamoci sentendo la sua interpretazione. Vagò un po’ a caso per la città e poi si diresse verso il teatro. Fece di nuovo la fila per le audizioni, ma dalle carte di identità la segretaria capì che quella era già stata lì il giorno prima. Corse dal signor Vittorio Bianchi a riferire la notizia. Il quale Vittorio Bianchi, dopo aver ascoltato 600 oche starnazzanti, non avrebbe gradito proprio vedere due volte l’esibizione di uno stesso animale. Ma per evitare scenate della sciagurata decise di risolvere la questione di persona. Si alzò dalla sedia, che ancora manteneva la chiazza di sudore del giorno prima, e stanco, quasi zoppicando, arrivò nei pressi di Francesca.

“Senta, mi ricordo di lei, ieri le ho fatto capire, certo sono stato un po’ vago, che lei non era passata… adesso, lei capirà quante persone passano di qua, e purtroppo non posso dare a tutti due occasioni. Può tentare l’anno prossimo. E ci sono tante compagnie in questa città”

“Lo so, mi scusi, non ero qua per un nuovo provino.  Io, ieri, avrei almeno voluto finire il mio monologo. Io lo so che non è stato lei a fermarmi, è stato l’aiuto regista. Oggi non è qui, forse ha capito che era un infame e l’ha licenziato”

“Si sbaglia, ieri l’aiutoregista non era qui, sta in Svizzera con un’altra compagnia per il momento”
“Ma come? E il ragazzo con gli occhiali?”
“Mario? Quello è mio figlio, ha un contratto a tempo indeterminato con la disoccupazione, laureato in filosofia, capirai…”
“L’ho visto sussurrarle qualcosa, e poi ridere, mentre lei mi diceva di fermarmi”

Vittorio Bianchi a tratti odiava la vita. Ma soprattutto le persone che pretendevano di capirla da pochi particolari. E quella ragazza così impertinente e ingenua gli fece una tale antipatia.
“Mi aveva detto che se ne sarebbe dovuto andare non molto dopo perché non voleva arrivare in ritardo alla notte di fuoco che lo attendeva.  Con un film Finlandese di tre ore. Ma era chiaro che stesse parlando di quello che sarebbe successo tra lui e Marta dopo la proiezione. Sempre che avesse avuto le forze dopo tal divagazione. Per quello stava ridendo. So che è strano, ma le persone ridono anche per le cose che dicono. Dovrebbe provare a registrare i suoi monologhi e poi riascoltarli. Chissà che risate”

Non successe nulla per una trentina di secondi. Poi la segretaria fece segno di uscire a Francesca. Vittorio Bianchi si convinse che dopo tale performance avrebbe potuto buttarsi nella recitazione. Ma era troppo pigro e non amava parlare.  Già quel discorso gli era costato tanta noia.

Lei era piena di rabbia. Da sempre. Della biologia, del resto, le era sempre importato poco. Ma con la recitazione era proprio tutto un altro mondo.  Sentì dentro la stessa violenza che aveva provato qualche ora prima dentro la sua macchina. Aveva ancora nella testa il calduccio accogliente di quell’appartamento del terzo piano, il buio e le pareti piene di vecchi film. E la cucina i coltelli le lenzuola rosse e poi luce e buio e una serie di cose che avrebbe cercato di dimenticare per tutta la vita.

“Comunque condoglianze, signor Bianchi”.