Il tuo nome, il mio

Anche quel giorno aveva fatto tardi, colpa del solito concerto del venerdì. Stavolta aveva anche bevuto, un cocktail alla pera, buonissimo. Con 4 ore di sonno fare una versione è una passeggiata. Una bella passeggiata lungo i navigli col Breda, il suo amico più importante. Anche a guardare il banco sentiva il freddo del giorno prima. Sentiva i passi di lui avvicinarsi e la sua voce chiederle che cosa voleva dalla loro relazione. Seneca la sfidava e lei reagiva a dovere. Coi genitivi aveva sempre fatto fatica ma gli esami di settembre le avevano insegnato parecchio. Ad esempio, che non puoi tradurre “copia” come “copia”. Oppure che il Breda è un falso amico. Un falso amico per lei, lui invece era davvero innamorato. Ma lei diceva di aspettare.
“Vale” a fine versione ricordava tanto l’ultimo messaggio del Breda. Lo aveva letto quando si era svegliata. “Stammi bene”.
Lasciava passare le varie immagini di lei e Breda cercando di convincersi di tutto, per sempre. Non era facile. Erano passati tre anni dall’ultima volta che era stata in Sardegna. Ma niente. La faccia di Giò stava sempre davanti a tutto. Davanti a Breda, davanti ai compiti, alle speranze, ai sogni. La faccia di Giò che le diceva ti amo, ci rivedremo presto. Per non rivedersi mai più. Ci aveva provato in ogni modo, aveva mandato messaggi lettere mail. Aveva chiesto alla sua amica del mare di tornare in spiaggia ogni giorno, di correre per il lungo mare, di pregare. Di trovare Giò.
Breda le aveva fatto conoscere i posti più belli di Milano, le aveva insegnato ad andare in barca, a stare in silenzio davanti al lago. Ma non era Giò.
Giò non le aveva mai insegnato niente, forse a bere il vino e suonare la chitarra. Cose che non avrebbe fatto mai più.

“Breda, ho deciso di stare con te”
Non ci aveva pensato poi molto. Anche se nelle ultime tre ore di lezione Giò aveva praticamente fatto da padrone dei suoi sentimenti, uscita da scuola aveva preso il pullman che non portava a casa sua. Sapeva che Breda stava a casa da solo e che i suoi sarebbero tornati solo nel pomeriggio. Era entrata in casa di lui e senza salutarlo gli aveva detto quello che doveva dirgli. 7 parole in realtà.
Breda era bellissimo. In quel momento se n’era accorta davvero, anche se non significava nulla. Avrebbe vissuto con un solo rimpianto nella sua vita, ma sarebbe stato uno soltanto, perché Breda non ne avrebbe permessi altri. L’avrebbe portato a scuola ogni giorno, sarebbe rimasto ad abbracciarla al minimo segnale di tristezza. Sarebbe stato un buon padre, un buon marito. Perché.

Breda aveva ventidue anni e già lavorava come assistente di un importante avvocato del quartiere Forlanini. Tra problemi edilizi e scassinatori della prima ora c’erano un sacco di carte da compilare. Ma Breda non aveva paura. Attaccava alle sette di mattina e staccava alle otto di sera. Viveva ancora coi suoi, ma rifletteva spesso su un possibile trasferimento. Certo, sognava un bilocale con Giulia. Era innamorato perso da ormai due anni. Lei ancora faceva le superiori ma a lui questo non importava. Non aveva fretta di niente. Voleva solo stare con lei.  Si accontentava anche di annoiarsi sulle panchine del parco Piceno a parlare di Latino, Seneca, i postmoderni e gesù. E l’ultimo giorno sui navigli era stato un sogno. Il concerto era finito prima del previsto lasciandogli il tempo di una camminata. Fino alle tre del mattino. Lui e lei.
C’era un grosso problema in tutto questo e lui lo sapeva bene. Giulia in realtà non lo amava. C’erano mesi in cui andava in crisi e smetteva di farsi sentire. Era colpa di Giò, il famoso ragazzo del mare. A volte Breda aveva sospettato che non esistesse, che se lo fosse inventato perché si sentiva ancora insicura. Nemmeno le amiche più strette di Giulia avevano mai visto Giò.  Un giorno però si era convinto ad andare a fondo. Aveva chiamato il padre di Giulia chiedendogli della vacanza. Lui all’inizio non si ricordava ma poi gli era venuto in mente un particolare, erano stati un giorno a Cagliari, di passaggio durante una crociera, tre anni prima. Cagliari. Aveva scandagliato tutti gli amici di facebook di Giulia, un solo nome risultava connesso in qualche modo, una certa Jessica Gherlanda.
Le aveva scritto un messaggio lunghissimo in cui spiegava la situazione. Jessica aveva confermato la storia, almeno in parte: Giò esisteva. Non erano vere tutte le storie che Giulia si era inventata sulle camminate lungo il mare, sui tramonti e i sogni urlati alle stelle.  Di vero c’erano solo la chitarra e il vino. E soprattutto il vino. Perché lei si era ubriacata e lui l’aveva baciata. Il primo bacio. Non si scorda mai vaffanculo, pensava Breda. Ma adesso doveva trovare Giò, prima che lo trovasse lei e che ci rimanesse male sapendo che a lui non interessava affatto. Jessica aveva riferito anche qualche particolare in più: lui era di Como e all’epoca aveva 17 anni.
Breda aveva capito molto da quei due particolari: il primo era il motivo per cui Giulia voleva sempre andare in barca al lago, e sfortuna voleva che Breda ce l’avesse proprio a Como, la barca. Il secondo erano quelle domeniche in cui Giulia prendeva il treno dicendo di andare a Bergamo da una sua amica, di cui però non aveva mai rivelato né nome né altro. Adesso capiva, andava a Como, a cercare Giò.
Quella domenica però ci sarebbe andato Breda, a Como.
Non sapeva bene che cazzo avrebbe fatto a Como. Avrebbe cercato Giò e quasi di sicuro non lo avrebbe trovato. Non sapeva nulla della città e sapeva poco di Giò, ad esempio che passava il tempo a bere vino e fumare canne. Anche se a Como le università erano poche sarebbe sicuramente stato impossibile riuscire a trovare tutti i “Giovanni” della città. Anzi, molto probabilmente era inutile chiederlo perché quel Giò, sempre che non fosse ancora fermo alla prima superiore, non gli sembrava il tipo da continuare a studiare.
Giò. Quel nome non lo aveva mai abbandonato da quando conosceva Giulia. E se era arrivato fino a Como un motivo doveva esserci. Quel motivo era sempre lei. Aveva deciso. Aveva chiesto a un paio di persone da chi andare a comprare l’erba, aveva camminato a caso per la città e poi si era infilato in un quartiere che gli avevano detto poco fidato. Aveva chiesto a un tizio, un marocchino probabilmente, dove trovare un certo Giò. Il Marocchino gli aveva detto che tutti nel quartiere sapevano dove stava Giò. Alla vecchia cascina dietro la stazione. La faccia di Giò gli pulsava sempre più forte nel cuore. Che cosa aveva di tanto speciale, cosa, niente forse, forse era l’ultima difesa che Giulia aveva usato perché non aveva il coraggio di iniziare una storia con lui. Breda non l’aveva mai baciata, e forse non lo avrebbe mai fatto. Era arrivato in stazione senza accorgersene e senza accorgersene si era ritrovato a due passi dalla cascina. Aveva l’aria di un regolamento di conti, ma Breda non aveva mai fatto il cattivo. E non sapeva proprio come cominciare per essere convincente. Aveva tirato un calcio alla porta trovando Giò seduto al tavolino a mangiare pasta al pomodoro. Gli aveva gridato in faccia tutta la storia. Giò non poteva capire, non si ricordava nemmeno di Giulia. Non si ricordava nemmeno di essere stato in Sardegna. Raccontava dei suoi viaggi a New York, Parigi, Berlino. Ma di Cagliari niente. Parlava del mare di ragazze di donne di feste. Ma di Giulia niente. Breda si era sforzato in tutti i modi di fargli ricordare. Giò non aveva quasi più niente in testa, le poche cose che lo rendevano una persona stavano nel cuore di Giulia e in quel momento anche in quello di Breda. Breda si era messo a piangere. Giulia non avrebbe mai dovuto saperlo. Non ce l’avrebbe fatta a sapere che Giò si era dimenticato di lei.

“Breda, ti ho detto che ho deciso di stare con te”

Breda non si muoveva. Continuava a ripensare a quando sei mesi prima era stato a Como, all’incontro con Giò, ai pianti contro il lago. Giulia aveva deciso di stare con lui ma non era davvero innamorata.
Forse avrebbe dovuto baciarla. Avrebbe dovuto lasciare al tempo il resto. Ma no. Ora che Giò batteva meno dentro di lei, dentro di lui faceva un rumore assordante.

“Breda, ho deciso di stare con te”

“Tu non sei innamorata di me”

“Breda, ti ho detto che ho deciso di stare con te. Ho deciso di stare con te”

Qualunque cosa avesse scelto di fare l’avrebbe persa. E si accorse di quanto fosse bella. Di quanto sarebbero stati bene insieme, una famiglia, dei figli. E tutto il resto.

“Sai. Quando avevo quindici anni mi ero innamorato di un ragazza che aveva un anno in più di me. Non so bene spiegartelo, ma passavo il tempo a pensare a lei. Qualunque cosa facessi poi tutto tornava fottutamente a lei.  Per dimenticarla ho fatto tutto il possibile. Ho provato ad ubriacarmi, ho provato a drogarmi, ho provato a stare sempre peggio di come stavo. Credevo di essere la persona più sfortunata al mondo. Lei era già fidanzata e non mi cagava per niente. Dopo un anno ho trovato la forza di scriverle tutto. Lei era partita per Londra. Mi aveva detto che era troppo tardi, che forse prima, che ormai. Per altri sei mesi avevo pensato a lei. In realtà mi è rimasta dentro finchè non ti ho conosciuto. Solo in quel momento ho capito che l’avrei dimenticata. A te non è successo con me, lo so. È il momento giusto per andare a Londra, è il momento giusto, l’unico forse, che mi è rimasto per fare una cazzata. Lei mi manca in questo momento. Una volta le avevo parlato in metro, le avevo chiesto se per caso aveva visto un mio amico perché mi doveva restituire un libro. Una scusa di merda proprio. Non so cosa l’abbia spinta a fare quello che ha fatto. Mi ha chiesto quale libro fosse e me lo ha prestato lei. Era quello di matematica. Quella notte non ho dormito, sono rimasto davanti a quel libro per ore, un po’ pensavo a lei, un po’ a cosa avrei dovuto dirle il giorno dopo quando glielo avrei riportato. Alla fine le ho detto solo grazie.  Non so se fosse per il libro o per altro. Mi è tornato in mente tutto adesso. Che cazzo ne so, non so perché ti ho raccontato questa storia, non so il perché di tutta questa storia. So che un po’ mi dispiace, un po’ devo andarmene. Le devo dire quello che non le ho detto quel giorno. Son diventato bravo a trovar le persone, troverò pure lei, ho ancora il suo numero, ho ancora la sua faccia qui dentro”

Giulia sperava in quel discorso da anni. Ma era arrivato nell’unico giorno sbagliato. Sapeva di Giò, lo sapeva da quasi un anno. Sapeva della cascina. Di Como. Lo aveva trovato quasi subito. E quasi subito aveva capito che non avrebbe mai più potuto stare con lui.
Si sentiva in colpa per Breda. Lo aveva fatto soffrire tanto, e aveva mentito.

“Forse ho sbagliato tutto. O forse sono perfettamente in orario, non lo so, ma Giulia, perdonami”

“Breda, vattene”

Lo disse con tenerezza. E Breda lo aveva capito. Lei aveva detto solo due frasi ma sotto c’era di tutto.
Breda la guardò accennando un ”grazie”,  probabilmente non sarebbe mai più tornato.

Giulia accese il computer e scrisse “Università di Como”.  Si sarebbe iscritta lì, in un università qualunque, tanto non c’era bisogno di studiare per conquistare Giò. Forse sarebbe finita come lui. Forse lo avrebbe tirato fuori da quella merda.
Breda non sarebbe mai più tornato, se lo sentiva. A Londra s’era pure trovato un lavoro come avvocato e aveva cominciato a guadagnare davvero. Trovò la ragazza che cercava. L’aveva seguita un paio di volte ma non aveva mai trovato il coraggio di parlarle.
Prima o poi l’avrebbe fatto. Continuava a ripeterselo. Prima o poi l’avrebbe fatto.

 

 

***
“Giulia”
“Si sono io, ciao Breda”
“Sei a Como?”
“Vai alla nostra baia, arrivo con la barca”
Giulia chiuse la chiamata in ansia. Erano due anni che Breda non tornava in Italia, ed era il modo migliore per vedersi, il posto più bello per incontrarsi dopo tanto tempo.

“Giò, andiamo, ti devo far conoscere una persona, anzi, due, se tutto è andato bene”

461f69bf-d236-4e62-b07e-c0601eb32765