Interruzioni

Una fermata movimentata. Saranno le otto, le otto e qualcosa. Nulla se non tre persone. Sguardi dall’altra parte della strada. Interferenza tra una finestra accesa e l’ombra del dubbio. Una di quelle palazzine inesistenti buttate lì per invecchiare insieme a bilocali sovraffollati. Potrebbero essere storie quelle cose che si muovono fra le persiane. Potrebbero essere vite intere, animali domestici, equivoci, acqua minerale, bambini che guardano, niente.

Il vecchio seduto alla pensilina non ci pensa, allunga la mano nella giacca, al petto, e inizia la cerimonia. Funebre ristà accarezzandosi una specie di ferita. La guerra è finita. Si gira dubbioso dalle parti del pakistano che ha appena raccolto in un sacchetto dell’Esselunga tutto il suo lavoro. Si tiene soltanto una sorta di elicottero, uno di quei cosi che volano, quelle finte libellule che si illuminano.

“Ehi tu, hai da accendere?” osa il vecchio con tono quasi di sprezzo. “Un euro”.

Poco più in là te ne stai tu, diciassettenne crucciato che pensi non ho speranze e non ascolti la musica. Ti giri appena per seguire la mano del vecchio che cerca qualche moneta. “Adesso gli chiedo una sigaretta”, ma non lo farai mai.
Il pakistano fa sparire l’euro in pochi secondi, poi torna al suo giochino e lo lancia in alto, contro lo sfondo. La libellula finta s’accende, si colora, disegna velocissima uno schizzo di luce, sfolgora, dovrebbe brillare, su, a illuminare tutto, credi che adesso supererà la luna, invece è un attimo: la eclissa, si ferma giusto il tempo di distrarti e poi ricade. Ricade e fischiando si spezza sul marciapiede.
“380400 kilometri?” ti chiede soddisfatto il pakistano.
Adesso il tempo si spacca in tre, è in terra sul marciapiedi tra i resti di quella cosa che si illuminava, e

A) in quel momento ti svegli, senza sussulti, solo un gesto delle palpebre che cercano la fonte di quella domanda senza senso.

Cosa ci fa alla tua destra quella specie di mercante del deserto col suo accento orientale e un sorriso a metà tra l’innocente e il sardonico?

“Forse”. Risposta inutile per una domanda inutile.

Ma il vecchio non ci sta. “Mi piacerebbe avere uno di quei cosi…e poi, mi aspettavo che arrivasse più in alto”.

Dura solo un attimo, ma il venditore sa catturare al volo le occasioni e legge le persone come fossero romanzi. “Dove sei diretto, ragazzo?”

“In nessun luogo in particolare…”
Sarebbe il momento giusto per attaccare, mettere all’angolo e schernire.

Il pakistano però neanche ascolta, si limita a fissare e continua l’interrogatorio.

“Vai in centro?”

“Si, qualcosa del genere…”

“E cosa ci vai a fare là?”. Stavolta è il vecchio, tra una boccata e l’altra, a fingersi incuriosito.

“Affari miei!”. Eccolo, lo sguardo della belva in gabbia che non può far altro che ringhiare. L’attimo dopo è silenzio, il regno del pensiero, e non rimane neanche il tempo di chiederti se quell’ urlo eri proprio tu. Il pakistano non ha ancora finito, aspetta qualche secondo prima di tagliare il traguardo.

“Io di affari me ne intendo.” continua, mentre il tuo ego sprofonda e gli occhi ti si fanno bassi, “Lei come si chiama?”.
Inquina l’aria con la sua profonda risata, si batte le ginocchia e lacrima di gioia alla vista della sua vittima.

All’improvviso si ferma. Si fa serio. “Vedi quell’aggeggio?”, indicando i rottami.

“Credi che non avessi sperato nell’impossibile? Credi che non volessi conquistare la Luna? Dopotutto, non sono meno ingenuo di te… non commettere i miei stessi errori, ragazzo. Non vale la pena sperare di volare quando hai un suolo su cui camminare”. I suoi occhi si chiudono, appesantiti.

“Come no!”. C’è giusto il tempo di girarsi per vedere il vecchio, la mano destra sempre al petto, in piedi. Ha smesso di fumare.

“Non ci interessa sapere che hai fatto, figliolo… ma ora è il momento che tu faccia una scelta”.

Il pullman è arrivato.

B) non c’é niente per te. Niente se non queste macerie alla fermata del pullman. Niente se non questi due compagni di attesa che non ti aspettavi. Con le mani in tasca e lo sguardo scavato di dubbi e occhiaie, con un principio di disperazione e un’insensata speranza. Deve succedere qualcosa, qualsiasi cosa. Basterebbe un che di simbolico, qualcosa che si lasci interpretare come un segno, senza autoconvincimenti. “Verrà a piovere?” senza saperlo il vecchio avanza un’ipotesi. “Beh, cioé, spero di no” “Sempre lì a sperare, te?”. Questo non era previsto, questa frase fatta per rimbombarti addosso non c’entra niente con questo posto, eppure colpisce tutte le tue attese trattenute. “Lo vedi quel vucumprà? Quello nasconde un segreto. Lui é diverso da come lo vediamo noi, sai? E io so la parola magica, la chiave per farlo rivelare.”. Ridi un po’, ma qualche istinto romantico ti porta a prendere sul serio il vecchio pazzo: “Cosa fa? Diventa tipo un genio della lampada?”. “Io ti dico un segreto capace di cambiare le sorti del tempo e tu mi prendi per il culo? Tu non sai chi sono.” “In effetti… Ma cosa bisogna dire?” corri al punto, si vede che sei trepidante di sapere, di arrivare al finale della storia, di far finalmente succedere tutto quello che deve succedere, concludere il tempo, tornare indietro, esplodere, qualsiasi cosa. Sarà la stanchezza, ma sei certo che adesso tutto dipende da quella parola. I giorni passati, le storie delle case qui davanti, il senso della morte, la funzione della gente, il posto in cui vanno tutte queste macchine che passano passano e mai un pullman, tutto cambierà, tutto, dopo quella parola. “Sei impaziente e aspetti, ragazzo. Ah, guardalo come si confonde bene, come si nasconde in quell’aspetto da pakistano qualsiasi. Oh, ma adesso noi ci entriamo dentro a questo mistero. Fine. Preparati, giovane, la parola, la parola che cerchi – è una vita che aspetto questo momento – la parola é
silenzio

C) anche tu ti senti inquieto. Sei stanco di fare sempre il personaggio misterioso, ne hai abbastanza di bombe nei racconti di cui sei il protagonista. Mi dici che vorresti cambiare aria. Ma nello stesso momento in cui ti sfrutto per dare un tocco di metaletteratura il vecchio si alza dalla pensilina e senza motivo tira fuori un coltello. Supera il pakistano e poi ti uccide. Muori senza dire nulla.
Il pakistano si dimentica di essere il personaggio che parlava solo in cifre e fa emergere tutta la sua umanità: “Perché lo hai fatto? Non aveva fatto niente”.
Il vecchio guarda in camera chiedendo spiegazioni, ma non ottiene indicazioni, e allora decide di improvvisare.
Ma proprio in quel momento tu ti ridesti dalla morte e ti ritrovi faccia a faccia con lui. “Ve l’ho fatta amici, mi credevate nell’aldilà?”.
Il pakistano ora è triste e vuole ribellarsi, perché non trova senso in tutto quelle parole che sono la sua esistenza. Costretto a fare il Vu Cumprà tutto il giorno, a vivere di un euro e senza famiglia, lo avevano sfruttato per fare quella merda di critica sociale, che tanto sentiva odiare.
“Scusami fratello, non prendertela, non è colpa mia” accenni poi sorridendo, ma il pakistano sente qualcosa che freme dentro, qualcosa che nessuno riuscirebbe a scrivere. Scansa il suo datore di lavoro dal computer e mette le mani sulla tastiera, poi comincia: “Ogni giorno rischio la vita, vedo morte, distruzione, bellezza, vedo dal vivo quello che voi vedete nelle vostre menti. Non posso scappare ma vorrei. Eppure sento qualcosa dentro, qualcosa che potrebbe cambiare tutto, è una sensazione bruciante, qualcosa di mai provato prima”. Il pakistano ritorna poi a fare il suo lavoro, il personaggio, e non si è proprio accorto di avere dentro di sé una bomba. E questa bomba non è la metafora di nulla. Non è il simbolo dell’anima dell’uomo e nemmeno l’irrazionale che sconfigge la ragione. Assolutamente. È solo una bomba. E ora la faccio esplodere, e moriranno tutti, tu,  il vecchio, e anche il Pakistano.

Sulla scena non rimane nulla, se non qualche sgradevole sensazione, e la libellula che si ostina a voler superar la luna.

 

 

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