L’Eremo Ermetico

Che luogo incantato.
Sembra che mi chiami, che abbia indovinato il mio nome son dal primo passo che feci qui dentro.

Alto, cupo e arcigno. Il monte che mi ha attirato non aveva nulla di diverso dagli altri suoi simili, eppure mi ha rapito, affascinato.
Non penso che sia stato per una sua caratteristica particolare, una di quelle che, all’inizio, coglie solo il subconscio, un’inezia importante o una grande verità.
Quel monte mi chiamò, mi impose il passaggio; si sa che le cose chiamano, quelle veramente tue, quelle cose che ti impongono il possesso, ma non il tuo, son loro che ti inglobano.
Quel monte mi chiamò per nome ed io non potei che cedere in risposta.

Come detto non era un monte particolare, non il più alto, non il più tetro, né il più rigoglioso. Quel monte, scoprii, non era nemmeno il mio.

La luce imperversava fastidiosa e prepotente, maledetta la luce, egoista, non si può che esserne al servizio, venerarla.
E’ comoda la luce, attira l’attenzione, nostra e degli altri, mascherando così la nostra oscurità, la nostra essenza, i nostri peccati.
La luce è usurpatrice dell’umanità tutta, usurpatrice della nostra essenza, ciò che essa ci impone di nascondere ai suoi infidi raggi con i suoi infidi raggi che tanto ci spingono ad una falsa perfezione scintillante ed abbagliante, quando ci è più amica e fedele la tenebra umana, perfetta nel peccato, poiché la perfezione si ha quando ci si compie in tutto e non nel tutto che nega la natura.
Perfezione è compimento. Compimento è verità e la verità si cela ormai nell’oscuro, perché alla luce non piace, è troppo rozza, vera e compiuta per il paradiso che ci offre e che l’umanità ha accettato.
Luce usurpatrice dell’uomo.

Trovai qui, sul fondo di una cripta tetra e vera, nel cuore del monte, un individuo che penso concordasse con me.

Ricordo come stava.
Seduto, occhi chiusi e vivi, nell’oscurità scrutatori. Calmi.
Non un saluto, un cenno. Stava bene con se stesso e con quelle due piantine mezze vive e mezze secche.
Un Acero ed un Benjamin.
Anche il Benjamin mi chiamò, ma in maniera più leggera, flebile, ansioso di avermi e di possedermi, ma incapace di impormelo. L’Acero non lo fece, si girò dall’altra parte e mi guardò piangendo.

Erano uno. Il vecchio, il Benjamin e l’Acero erano uno. Si erano indovinati, ognuno sapeva il proprio nome e quello delle altre due sue forme. Eppure erano divisi.

Mi trovo a pensare spesso a quella immagine e son sempre più sicuro che solo io avrei potuto accorgermi di quel legame e, in generale, della presenza di tre distinti elementi in quell’essere.

Fui folgorato dalla voce con cui benji mi implorò di ascolto, un orecchio vero ed un cuore.
Amai benji e forse lo amo ancora; sta di certo che fui suo, suo! Né del vecchio, né dell’Acero piangente, per un po’ fui solo suo.

Passò il tempo e non lo fece. L’uomo non si compie nel tempo ed io ero vero e il vecchio lo era e quel trio inglobatore lo era.

Il vecchio non parlò. Non è una considerazione inutile, perché l’uomo si compie con la parola e lui non proferiva ancora verbo.
Mi sembrò strano. Mi accorsi d’essere stato ammaliato dal benjamin, ma lo fui ancor di più quando scorsi gli occhi dell’Acero; fu così che conobbi l’eremo.

“Perché mio caro anacoreta?”
Zittii il Benjamin che non sopportava d’esser messo da parte.

Indovinai allora l’aspetto dell’uomo, un gigante sfregiato; bianco di peli antichi e lunghi capelli mossi, probabilmente così per via del sudore cristallizzato tra ogni fine filo che ne componeva la puzzolente groviglio quasi arabesco.
Era ovvio che nessuno se ne prendesse cura o gli permettesse di farlo.
Era magro, tanto da non riuscire più a reggersi in piedi.
Era ovvio che nessuno gli desse di che nutrirsi o gli permettesse di farlo.
Perché dunque era così sereno?

“Cerco domande a cui non conosco riposta.”
L’ermetico personaggio non avanzò spiegazioni ulteriori.
Spesso si fraintende l’anima dell’ermetico, ma questo non lo turba ed il perché è molto semplice in realtà:
l’ermetico dice tutto ciò che è necessario per essere compreso, ciò che è vero con le giuste parole debordanti di significati; parlano a tutti contemporaneamente e non, come molti pensano, solo a se stessi.
Non mirano ad un minimo essenziale di parole, quanto invece ad un massimo illimitato di possibili significati; vogliono far esplodere la propria anima nel mondo, per il mondo ed al mondo investendo più menti possibile, ed è per questo che se vengono fraintesi e criticati per questa tensione al vero poco importa, la mente criticante è piccola e succube della luce.

Vidi come calmava benji e consolava l’Acero. Aggiunse:
“Chi ami dei due?”
Non seppi che rispondere.
“Una domanda l’hai trovata allora..”
“Trovare domande a cui altri non sappiano rispondere non è lo stesso.”
“Tu chi ami?”

Scorsi la sua tristezza, una tristezza compatibile alla mia, una tristezza di decisione che l’uomo deve accettare per essere vero.
Mai mi diede una risposta esplicita, ma la colsi ugualmente.
Gli ermetici pretendono anche questo, pretendono di essere conosciuti, spogliati, trafitti tra le costole dal tuo sguardo curioso. O accetti o sei fuori, d’altronde come capire un’opera senza incontrarne il creatore, l’uomo e i sentimenti che ha immortalato nella sua arte?

“La montagna mi ha chiamato.”
“E’ stata l’oscurità a farlo.”

Mi rimarrà sempre impressa la prontezza e l’arroganza delle sue risposte e delle sue osservazioni.
Lasciai lì il mio cuore e la mia verità e lì giaceranno per sempre, al centro di quell’affascinante trittico che amo.

“Ti odio.”
L’ermetico rispose con un cenno.
“E’ che voglio il vero, le domande, non la felicità gratuita e vuota della luce.”
Ed egli mi sorrise:”Uomo.”

“Io amo l’Acero.” “Lo so.”

 

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