Musica alla pensilina numero undici

Odio i treni. Stazione. Treno che parte. Pensilina numero 11.
Saluti da buttarsi giù dalle rotaie. Fazzoletti che, parlando al vento, volano via. Lontano.
Non ci sono i classici check-in da aeroporto. Niente muri di progresso per la sicurezza a impedire addii strappalacrime, che poi la lacrima scende quasi sempre sola.
Io li odio i treni. La stazione delle ventidueetrenta. Il treno che parte. Alla pensilina numero 11.
Fortuna almeno che siamo soli. Niente folla da sorrisi imbarazzati, da fiori dimenticati.
Solo il suo treno, impaziente di portar via bagagli pieni di ricordi. Solo io, come un coglione, appena dietro la linea gialla. Solo quelle lacrime, che poi la lacrima scende quasi sempre sola.
E adesso.
Il megafono dalla voce stereotipata alla google translate che lento pronuncia la mia condanna.
Si informano i signorviaggiatori che il treno che odiate è in partenza alla pensilina numero 11. Allontanarsi dalla linea gialla.
Ci siamo. L’addio strappalacrime, di quella lacrima che, forse, non scende proprio sempre sola.
Ma adesso.
Dallo stesso, bastardo e insulso megafono di prima fluisce come fiume un imprevisto.
Qualcuno neanche se ne accorge. Qualcuno bestemmia sorridendo.
Io, io solo. Sulle note di quel crescendo rincorro il treno, il treno che parte.
La musica finisce. Il treno esce dalla stazione.
È cosi.
Quel treno che, certo, mi odia.
La stazione ormai lontana e deserta.
Lei è su quel treno. Io sono su quel treno.
Alla pensilina numero 11 solo la poca saggezza rimasta.
Insomma, lasciarla andare? Tutto troppo strano per farlo. Giuro.

 

 

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