Nove trascrizioni sistematiche dall’eco della città dell’informazione

See, the cement has never meant so much
My hot head cools to the stone cold touch
I look to settle my seat with dust

All’ombra di un lampione anonimo ci eravamo raccontati quanto sarebbe stato bello arrivare, un giorno, a quello stato di cose che ti porta a a) decidere di avere perso troppo tempo e b) potersi permettere di abbandonare il luogo in cui ci si trova per allontanarsi di qualche centinaia di chilometri e dirsi “qui si respira un’altra aria e i polmoni non sono troppi” e c) mandare messaggi con destinatario multiplo dicendo “ me ne vado per qualche giorno, credo tu possa capirmi e ritirare per me i sacchetti biodegrabili”.

Si parla dei giorni in cui visitare uno store di abbigliamento sportivo aveva un valore estrinseco, in cui le ragazze si vestivano solo lì ed io potevo ben dire quanto erano belle e dinamiche, quanto sarebbe stato entusiasmante un giorno condividere con loro una cena preparata con un fornelletto a gas e servita in pentolame di plastica grigia, mentre la televisione incastonata nella cucina avrebbe fatto passare in loop un film innamorabile. Non sapevo che quelle ragazze sarebbero finite nelle mie televisioni, nella mia cucina. Questa cucina sempreverde, queste televisioni sempre ferme, queste ragazze.

C’erano dei droni mappati male che non riconoscevano la presenza del tuo palazzo, o almeno, lo consideravano non più alto di 4 piani. Per questo e non per altro molto spesso entravano dalla portafinestra della cucina, passando sotto la tapparella, percorrevano tutto il reparto giorno e tutto il reparto notte per poi andarsi a schiantare contro la parete accanto al tuo letto. Mentre i proprietari tornavano al loro suv a metano parcheggiato a 500 metri da casa, quantificando con l’applicazione calcolatrice le perdite di quella rovinosa infiltrazione da te, un odore paragonabile al bacon, con venature di silicio e nickel, ti svegliava ogni tanto. Chiamavi il mio nome con un tono che sembrava settato come se sottointendesse mille altre cose e poi tornavi a dormire. Io restavo a pensare ai riverberi delle tue palatali sui muri, a quelle altre mille e più cose e poi non dormivo. Le città finiscono ai bordi degli aeroporti e qualcuno di molto alto e curvo ha sempre il telefono acceso. Se lo chiami al momento giusto ti risponde che ha da fare e che l’hai chiamato nel momento sbagliato.

Avevo da poco reso migliore il mio universo e il mio profilo facebook, eliminando alcune centinaia di amici appartenenti a specifiche cerchie, sistemando gli interessi. Era, sì, un luogo familiare, che mi definiva davvero. Poi sei arrivata e con l’ennesimo drone in mano e il pigiama che ti cadeva abbondante mi hai chiesto se non mi rendessi conto di quanto fosse ridicolo e sottomesso questo modo asfittico di autonomia, questo autismo da mostra di Bacon, questo attraversare con una tuta da astronauta le nostre notti ambientate a Londra nel 1607, mentre Shakespeare decide se continuare a vendere guanti per vivere o ambientare un dramma a Catania. Attraverso la portafinestra semichiusa, il serale per Lisbona appena istituito sembra una freccetta lanciata da un bambino troppo gracile per avere addirittura 9 anni e ci saluta in diagonale, di sbieco come per non essere di peso, con il suo contorno di ragazzi che partono e adulti che non vogliono tornare. Sarebbe bastato fare un riferimento alla leggera piega dei tuoi capelli, che aveva trovato una parallela nella scia dell’aereo, per ricevere chili di materiali ferrosi nella pancia.

Stufo di gestire lo smaltimento di tutti questi droni, ho deciso di mangiarne qualcuno, giusto per capire finalmente se è vero che lo  stomaco fa più fatica a digerire la carta del ferro. Il mio corpo di cellulosa ne sa, se non altro per le migliaia di pagine che ha macerato nell’estremo tentativo di leggere tutta la tua corrispondenza, alla ricerca di qualcuno, qualcosa, qualcun altro. Dimmi se c’è qualcosa di sbagliato, anche se mi rendo conto che chiedertelo è ammettere una colpa non perdonabile, e mentre leggi Heller io ti spiego il comma che prescrive almeno una telefonata al giorno o, in sostituzione, almeno 22 messaggi di 180 caratteri che contengano almeno un carattere alfabetico latino, un carattere alfabetico cirillico, un numero e un segno di interpunzione che non sia il .

Continuo a pulire la tastiera. Nella notte qualcuno ci guarda film in streaming e ne brucia gli angoli con un accendino che ho comprato mesi fa, perchè mi avanzava un euro e volevo essere sicuro di avere tasche abbastanza grandi per contenere il fuoco che ho addosso, oggi giorno terzo del mese che preferisco, oggi che se potessi sradicherei le mille telecamere che incontro, cercando il tuo sguardo. In un caleidoscopio di emozioni e espressioni che contengono troppi vezzeggiativi e frasi formulari, ti ripeto, trovami qualcosa da scrivere.

La città se la passa sempre meglio o peggio. Dimentico di dirti che la parola ormai ha tutto un altro significato, qui ai confini dell’impero dei galli che cantano verso le reti sgangherate del pollaio, svegliando solo un maglione, quello azzurro che tanto ti piaceva e che ho lasciato nel campo dove ho sotterrato l’ennesimo pilota di droni, l’ennesimo bifolco incapace di direzionare un ammasso di materiale inorganico, lontano dalla mia vita e dal tuo letto, sempre ammesso che vi sia qualcosa che li distingua.

Aveva un nome qualunque, semplicemente perchè qualunque nome sarebbe stato di troppo. No, non dico chiamarsi con delle matricole o con degli ideogrammi. Però potremmo chiamarci con il codice dei colori o con i nomi scientifici di animali estinti. Con i nomi tecnici delle stoviglie in cristallo, per stare bene nel catalogo da trenta euro di una mostra ad ingresso libero, che è poi quello che siamo. Con la nomenclature di fossili e cartucce da stampa.

Alla luce bellissima di una lampada da dentista, in mezzo a persone degne di riguardo, ti presento 18XLCY. L’azzurro ciano che da troppo tempo mi mancava. Dimentichi di dirmi che la storia dei droni è finita, che hanno aggiornato le mappe e ora esisti non solo per me.

 

 

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