Odio di polvere

“Dome vai, vai”

Erano le dieci e mezza e Domenico non capiva. Non capiva mai a Dicembre. Non capiva e se ne stava davanti al televisore a guardare Carlo Conti senza sottotitoli. C’era solo il casino che facevano i suoi amici. Ci provava dall’inizio della trasmissione: chiudere gli occhi per non pensare a lei. Chiudeva gli occhi e pensava a lei.

“Ma hai capito? Se devi startene qui così è meglio che te ne vai, tanto hai ricevuto l’invito da Grano no?”

É vero. Grano lo aveva invitato a casa sua. Ma no, la festa di Grano sarebbe finita malissimo, gente che prova a buttarsi dalla finestra , gente che piange, gente che ride e tradisce altra gente. E poi lo sporco per terra, bottiglie che cadono, alcool che si rovescia. Domenico ne aveva viste tante di feste così, a volte c’era pure finito dentro, anche lui aveva tentato di buttarsi dalla finestra. Non voleva più, preferiva stare coi suoi vecchi amici del paese. Con loro si sentiva un po’ meglio senza bisogno di nient’altro che stare seduto a guardarli in faccia. Specialmente quel capodanno. Da Grano no, non era il caso. Da Grano c’era Federica, e non voleva vederla. Cioè, non doveva vederla.

“Hai ragione, vado”

Tanto erano settimane che pensava solo a lei. Lasciati di comune accordo il cazzo. Non ci provava nemmeno più a dimenticare.  Tanto valeva lasciarsi distruggere da quella sensazione subito. Tornare indietro fino alla prima volta che si erano conosciuti, ed era Capodanno, e il Grano aveva dato una festa nella sua casa di montagna. 4 anni prima. Esatti. E anche se Domenico cercava di togliersi dalla testa tutte le coincidenze i giorni uguali il capodanno lei la sua faccia e le solite cose, niente, niente, niente, lui era ancora innamorato.
“Toh, prendila, puoi toccare i duecento in autostrada”

Domenico e l’alfetta di Zeno erano sempre andati d’accordo. Una Giulietta vecchia quindici anni ma ancora potentissima. Zeno era davvero il migliore. Non è che parlasse tanto, stava a guardare le persone aspettando il momento giusto per intervenire. Gli bastavano due o tre frasi per illuminare tutto.
Domenico era uscito di casa senza salutare nessuno. Ora pensava soltanto a guidare a 120 fino a Lizzola. La strada la conosceva benissimo. Erano giorni che google maps era la sua seconda ricerca sul computer dopo il profilo facebook di Federica. Si aspettava che pubblicasse una canzone tipo depressa e che questa canzone potesse dargli una specie di speranza.
Si erano lasciati il 5 novembre al parco, sull’altura che sovrastava il laghetto della Fronda. La Fronda era la collinetta vicino al paese. Stavano seduti vicino a una porticina da calcio piazzata a caso in mezzo al prato. Non stavano troppo bene negli ultimi tempi. Tutti e due. Andavano avanti perché erano passati tre anni e mezzo. Questo almeno era quello che non si dicevano ma pensavano entrambi.
“Beh Dome, continueremo a vederci di sicuro, gli amici son quelli” aveva detto lei e lui era riuscito solo a stare zitto.
“Ce lo dai un Cobra?”
una voce fermò Domenico a pochi passi dalla Giulietta di Zeno. Cazzo. Odiava gli imprevisti.

“Un cobra, il petardo quello potentissimo che fa un casino tremendo”

Era un ragazzino. Poteva avere undici anni. Dietro di lui ce n’erano altri. Altri 5. Pure una bambina bellissima. Gli occhi grigi erano sempre stati i suoi preferiti. In quel buio poi. Ad avere un po’ di anni in meno poteva dimenticarsi di Federica..

“Ehi Dome li hai o no?”

Non sapeva come quello facesse a conoscere il suo nome. A dir la verità guardandolo bene assomigliava molto al Giorgione, uno dei suoi compagni di Karate. Uno dei suoi migliori amici, anche se non lo vedeva da anni. Ma si certo a pensarci bene quello doveva essere il fratellino, faceva impressione vederselo lì.
Il Giorgione gli aveva sicuramente parlato delle loro imprese coi petardi. A capodanno si riempivano di polvere da sparo al baracchino giù al Tornello. C’era un signore vecchissimo che si faceva arrivare tutto dalla Germania, diceva che nella seconda guerra mondiale lavorava con gli esplosivi ed era ancora in contatto con dei tedeschi che li fabbricavano.

“È capodanno, il Dome spara il paese trema. Il Giorgione lo dice sempre”

Il vecchietto del baracchino aveva preso in simpatia Domenico. Passava Dicembre a sparare petardi con lui. Il vecchio vedeva Domenico come un erede. Poi un giorno gli disse: “Ora devi trovarti un aiutante”. Lui aveva scelto il Giorgione, lo conosceva dall’asilo.  A 14 anni sparavano i Cobra nel laghetto.  Non erano mai riusciti a spiegarsi il perché provocasse così tanta emozione sentire lo scoppio e poi l’acqua le gocce le persone contente. Forse solo loro due contenti.

“Il Dome spara il paese trema”
Qualcuno lo aveva scritto pure sul muro del Tornello. Doveva essere stato il Giorgione. Lui aveva sempre negato ma Domenico se lo sentiva che era stato lui.

“No ragazzi, quest’anno non li ho comprati, non mi andava”

Non li aveva comprati per davvero. Non se l’era sentita. In generale li scoppiava per lei. Per Federica. Era una di quelle cose che si fanno quando si ha in testa una persona e si cercano risposte da lei. Se la ricordava benissimo quando aveva dodici anni. Aspettava soltanto l’intervallo per girare a caso nella scuola e vederla.  Vederla e poter trovare un motivo per sparare i petardi nel laghetto.
Ma ora che era tutto finito i motivi per scoppiare Cobra non c’erano più. Non bastava sapere che tutti lo chiamavano “Il Dome”. Non importava più. Forse esagerava, anzi si, aveva sempre esagerato quando pensava e parlava di Federica.

Gli occhi grigi della bambina. Gli occhi grigi della bambina e la delusione sulla faccia di quei ragazzi. Con le mani strettissime sul volante tentava col piede sinistro di distruggere la frizione. Voleva distruggere tutto. Non lo sapeva bene il perché. Non era Federica che aveva in testa. Erano gli occhi grigi della bambina. La delusione di quei ragazzi. Gli occhi grigi della bambina. La delusione del fratello del Giorgione.
Niente sulle strade. Come ogni capodanno. Niente sulla strada di Lizzola. Era già successo. Stavolta non nevicava, stavolta non c’era davvero nessuno. Il disco Jazz che gli aveva regalato Federica non gli piaceva, non gli era mai piaciuto, era l’ultima volta che lo avrebbe ascoltato.
Il cellulare lo aveva lasciato a casa. Che scemo. La chiamata canonica a sua madre. Almeno gli auguri. Ora che lei stava sola a casa e poteva pensare solo a lui. Sola a casa a pensare a lui. Gli occhi grigi della bambina. La delusione del fratello del Giorgione, di tutti.

La casa di Grano era cambiata di poco.  Ma non era il momento di pensarci.

“Il Dome, non ti aspettavo più”
Grano gli era venuto incontro ma lui lo aveva scansato. Grano avrebbe capito. Non disse nulla. C’era un fiume di Aperol per tutto il corridoio. Domenico cominciò ad aprire le porte della casa cercandola. Forse non era ancora ubriaca, c’era speranza di parlarle. Per dirle cosa non lo sapeva.  Sapeva di essere innamorato ancora ma non era sicuro di voler stare con lei. Lei era un po’ cambiata. Ma si neanche questo importava. Per lui era sempre Capodanno la festa di Grano e guardarsi per tutto il tempo. Quattro anni fa. Un anno intero. Un altro ancora.

“Dome… cosa ci fai qui?”
“Cerco Federica”
“Era lì prima, l’ultima stanza a destra”
“Grazie… ehi Guenda, chi te lo fa fare?”
“Cosa?”
“Di fare sempre la balia a tutti, ogni festa”
“Lo sai cos’è”

Lo sapeva benissimo. Lo faceva per Grano. Guenda era innamorata dalle elementari. Grano no. Grano amava le feste l’alcool e andare bene a scuola. Si era programmato tutta la vita. La ragazza soltanto dopo i 25 anni. Guenda avrebbe aspettato.
Gli occhi grigi della bambina. Domenico voleva fermarsi prima di aprire la porta ma non sapeva che sarebbe solo stato un autocontrollo inutile.
Dentro lei non c’era. Federica non era lì. Forse era nascosta, imboscata con qualcun altro chissà dove. Magari qualcuno che aveva conosciuto quel giorno. Da lei poteva aspettarselo. Da come era cambiata in quei tre anni, inspiegabilmente.

“Dome, guarda che Federica è andata a casa di Zeno. Volevo dirtelo prima, ma pensavo che fossi scappato dopo essertela ritrovata alla festa. Adesso stai calmo, aspettiamo un’oretta e mezza,  passa un anno e passa tutto”

Grano mentiva. O meglio, scherzava. Scherzava sempre Grano. Scherzi calcolatissimi e giganti. Dome lo aveva scansato e aveva ricominciato a cercare. Ma davvero non c’era niente. Nessuno. Neanche nel giardino. Erano le 22.45. Forse Grano non scherzava. Anzi,  le sue parole adesso davano a Domenico una forza assurda. Allora anche Federica non riusciva senza di lui. Anche lei stava male. Forse era solo una consolazione, lo era. C’era ancora molto da dirsi prima di finirla del tutto.
Era risalito in macchina di corsa. Il percorso verso casa di Zeno e di nuovo quel jazz che non voleva più ascoltare. Le strade vuote, ancora peggio di prima, i semafori verdi e sua madre preoccupata per lui, solo per lui, perché non aveva più nessun altro per cui preoccuparsi. I 200 allora sull’autostrada erano davvero.
La frizione distrutta e il caldo orribile dell’impianto dell’alfetta. Le 11.40 e la macchina riposizionata sul parcheggio.

“Li hai comprati o no i Cobra?”
Gli occhi grigi della bambina e la faccia piena di speranza del fratello del Giorgione. Lo avevano aspettato.

“No, lasciatemi stare adesso, vi prego, sono di fretta. Tra poco dovete fare il conto alla rovescia”
Era passato in mezzo ai ragazzi e poi via verso il cancellino. Tutto sempre più vuoto in testa. Il citofono.

“Zeno, lei è lì?”
“Lei chi?”
“Federica”
“No. Sali e festeggiamo dai”

Era uno scherzo. Grano aveva fatto uno scherzo. Forse lo aveva fatto apposta, per lui. Non doveva vedere Federica conciata male, non doveva stare peggio di come stava. Grano calcolava sempre tutto. Lo faceva anche con cattiveria se gli pareva necessario. Federica lo aveva tradito. Anche se non stavano più insieme, era un tradimento lo stesso.
Le 11 e 45. Domenico solo. Domenico che non capiva. Non capiva mai. Soprattutto con le cose che devono iniziare e quelle che devono finire.

***

“Facciamo una stella coi Mefisti Manna”
“Una stella coi Mefisti? Ma se ne vedono in giro mille, non si ricorderà mai nessuno di noi. Dobbiamo svuotare il lago”

La bambina con gli occhi grigi insisteva, dovevano fare qualcosa di grande. Non bastavano i Mefisti.  Non sarebbe bastato nulla di quei miliardi di petardi che avevano. Mancavano solo 5 minuti all’anno nuovo. Volevano anche loro una grande scritta al tornello.
Faceva un freddo cane su quell’altura in cui si trovavano. Guardavano il lago di sotto e un po’ tremavano di vertigini.
Più in là tutti gli altri che aspettavano solo l’esplosione. Sapevano che  non sarebbero più tornati i tempi del Dome e del Giorgione.

“Com’ è che avevi detto prima?”
Domenico non s’era arreso a tutto. Non è vero che non aveva più un motivo per far saltare in aria il lago. Di corsa era andato alla vecchia baracchetta del vecchio. Stavano nascosti dieci metri sud-ovest dalla porta d’ingresso, sotto terra, non erano Cobra, erano anche peggio. Non lo aveva mai detto a nessuno. Neanche il Giorgione sapeva. Era un segreto che aveva col vecchio. Dei petardi senza nome. Non era più il suo tempo. Non poteva più essere sempre al centro, non poteva più pretendere di aver ragione. Domenico non ce la faceva più. Voleva cambiare, provava a cambiare, non cambiava mai
“Il Dome spara il paese trema”
Stavolta era stata la bambina a parlare. Lo diceva sorridendo. Sembrava avesse capito tutto.

“Questi ve li regalo, io starò lì in fondo.
Avete 5 minuti per organizzare il casino.
Ho un po’ di paura. Tocca a voi adesso”

Tre due uno. Gli occhi grigi della bambina. La felicità del fratello del Giorgione. L’acqua del laghetto che si solleva. Sua madre che dalla finestra guarda l’esplosione. Una scritta da cambiare. E poi basta.

 

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