Quel Luglio di Srebreniça

Avete mai visto piangere il cielo?
L’avete mai visto piangere rose?
Il cielo piange rose a Srebreniça.
L’ha visto Edina, piangere sulla sua amata biblioteca.
L’ha visto Paulo, piangere sulla sua scuola, proprio davanti a lui; una rosa per tutti i suoi amici.
E per lui niente.
Paulo non sa se sia stato un bene evitare quella rosa.
Forse voleva essere cinque metri più a destra quel giorno del Luglio ’95, quando la squadra del suo fratellino giocava per la gloria elementare.
Quando quella rosa, pianta, dilaniò anche il suo fratellino.

Srebreniça, 6 Luglio 1995:
Le porte della nota fabbrica di pile sono spalancate: gli olandesi stanno arrivando, l’ONU è qui a cacciare i serbi invasori, che da ormai due ani tengono sotto assedio la cittadina. I cecchini ci sono, ma fanno già meno paura.
Edina piange ora la morte del minore: Musić Mirtez.
Paulo Safeta guarda il piccolo Ljeskovica giocare al calcio: diventerà un campione.

Srebreniça, 9 Luglio 1995:
Le porte della nota fabbrica di pile sono chiuse: dentro gli olandesi, fuori 24.000 bosniaci inciampano sotto la grandine serba. La zona protetta è ceduta, le truppe della Vojska Republike Srpske irrompono.
Edina attende ansiosa il ritorno del marito col riso: sono due giorni che non lo vede.
Paulo Safeta è orfano; anche Ljeskovica Safeta lo è.

Srebreniça, 11 Luglio 1995:
Le porte della nota fabbrica di pile non ci sono più: esplose.
Nemmeno gli olandesi ci sono più: scappati.
Mancano anche i 24.000 bosniaci: “dispersi”…
Edina piange per Musić Mirtez e Musić Naser.
Paulo Safeta raccoglie dall’area di rigore un braccio di Ljeskovica. Forse è il destro; la mano non si trova.

Srebreniça, 30 Ottobre 2014:
Le porte della nota fabbrica di pile ci sono e sono aperte.
Al suo interno non più gli olandesi, ma fotografie, vite raccontate, oggetti ritrovati nelle fosse: un pettine, un quaderno scritto, un occhiale.
Edina sorride, racconta: ha imparato l’italiano. Di recente ha concluso il restauro della sua amata biblioteca; è contenta.
All’esterno della nota fabbrica di pile sono 6.414;
sarebbero 8.372, le vittime, ma il governo serbo ancora tace e calpesta.
Qualcuno s’è salvato, qualcuno no.
Fortuna.
Provvidenza.
Destino…
Paulo Safeta è qui che ancora cerca disperatamente il piccolo teschio del fu Ljeskovica Safeta.

Michele.

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