Se ritornano

Per Domenico passa il tempo. Sta appoggiato alla terrazzina di casa del suo amico, il Lele, e pensa. C’è troppo alcool in casa. L’anno nuovo è dentro al televisore, mancano 30 minuti. Domenico non capisce, mai. Intanto Lele sta lì, appoggiato pure lui al terrazzino, con in mano una Muratti blu. Fuma ogni tanto Lele, ama i simbolisti e le loro degenerazioni.

“Io non voglio”
Domenico parla piano. Ma non parla a nessuno in particolare. Non gesticola. Lascia che le stelle facciano da sfondo e basta. Non dice che la natura è bella. Niente sembra bello.
“come dici?”
“Dico solo che non voglio, Lele”
Lele lancia l’ultimo mozzicone di Muratti giù dal terrazzino, al quarto piano. L’inquilino di sotto non esiste ormai da due anni. Nessun problema.
“Fai un giro, e poi vieni qui tra dieci minuti. Lo so che è colpa di Giulia. L’ho vista con quel tipo lì, che poi lui mica era impegnato?”
“Chi, quello? Quello è impegnato con tutte”
“Lo sai che Giulia è fatta così”
“Vaffanculo. Almeno non stanotte. Non davanti ai miei occhi. Non con quel coglione di Giovanni. E non alle undici e mezza”

Domenico finisce per ringhiare. Allunga la mano verso le sigarette dell’amico. Ma Lele lo ferma. Non c’è assolutamente bisogno di fumare in quel momento. Domenico rientra in casa. Tira un calcio a due o tre bottiglie sparse per terra. Una serie di parolacce partono verso di lui. Tutti stesi a terra senza forze, a festeggiare male non si sa bene cosa. Passerà un anno ma non cambierà niente. Domenico inciampa volontariamente su Giulia e Giovanni. In quel momento Giulia è bellissima. Lui lo sa. Ma si rialza e tira dritto. La mano di Giulia gli afferra la caviglia.

“Dome, vieni qui anche tu, dai, una cosa a…”
Domenico non vuole sentire. Sputa in faccia a Giulia. E scalcia. Giulia molla la presa e cade a terra ridendo. Non può capire. Dopo tre bottiglie di birra e del gin scadente non può più capire.

Domenico chiude la porta. Per sempre pensa in quel momento. Corre giù per le scale piangendo. Poi si ritrova sperso in Roveto. Un quartiere poco raccomandabile dicono in molti. Ma a quell’ora non c’è nessuno. L’aria si perde nei marciapiedi. Tutto è deformato perché Domenico guarda tutto pensando ad altro. Pensa di essere innamorato di Giulia. Anzi in quel momento né è sicuro. Però non vuole. Non dopo quello che è successo in casa, poco prima. Anche lei diceva di essere innamorata, ma poi era finita con Giovanni. E cazzo adesso Domenico aveva voglia di una Muratti blu. Anche perché la neve sui marciapiedi non smetteva di rimanere ferma.

“Cazzo fai?”
Sotto un lampione che non ti aspetti, un vecchio, matto?, senza denti, con la barba, e mille motivi per non essere lì, parla e chiede, parla con Domenico, e chiede a Domenico, Cazzo fai?
Il vecchio si alza e comincia a sfregarsi le mani.
“Cazzo fai” continua a ripetere ma questa volta senza punti interrogativi.
Domenico potrebbe anche aver paura, ma si fida del destino di quella notte, e si avvicina al vecchio.
“Ca-zzo fa-i ca-zzo fa-i ca-zzo fa-i ca-zzo fa-i”
Il vecchio comincia a cantilenare e accenna a fermarsi soltanto al primo sorriso di Domenico. Certo che è strano. Chi l’avrebbe detto che una passeggiata, al buio, solo, con la neve, innamorato invano, con Giulia a strombazzarsi Giovanni, con la gente tipo tutta ubriaca, un bisogno estremo di dare un significato a quei momenti, lo avrebbe portato a ridere, sotto un lampione acceso. E non a deprimersi e a pensare a quanto sublime possa essere l’eterna natura rispetto alla brevità umana. E quanto cinematografica una fuga dalla vita verso l’ignoto. Ride.
Domenico comincia a muovere i piedi come Billy Ballo. Fa muovere le mani in modo irriproducibile e comincia a cantare pure lui “Ca-zzo fa-i ca-zzo fa-i Ca-zzo fa-i”. Saltella come ha visto fare nei film di Kitano e smette di riflettere su tutta la sua situazione e Giulia si perde sotto l’asfalto ogni volta che lui poggia un piede a terra.

“Cazzo fate?”
Questa poi. Una signora sulla settantina. Alta 1,47m ma senza gobba anche 1.54, si avvicina con un bastone di legno nero comprato al mercato il giorno prima. Cammina piano e sembra levitare lungo le scie di ghiaccio appena formatesi. Forse vola. Non sa assolutamente di che giorno si tratti. Non sa che l’anno nuovo sta per arrivare, e non sa che il giorno dopo potrà essere migliore e lei ancora più vecchia. Ma non importa. Lei forse vola.
“Cazzo fate?”
Ripete in modo insistente la nonnina e comincia a battere a ritmo cadenzato il bastone di legno nero comprato il giorno prima al mercato.
Il vecchio e Domenico si guardano complici e non credono a quello che hanno appena sentito. Sembra lì lì messo tutto a posto da qualcun altro, basta cominciare a saltare. Esattamente nello stesso momento si scambiano un cenno di pace e cazzeggio. Poi in coro partono.
“Ca-zzo fa-te Ca-zzo fa-te Ca-zzo fa-te”
La nonnina vola davvero con il pensiero. Anche lei in quel momento non pensa a quello che è stato. Batte il bastone ancora più forte e balla come faceva col suo Gino in una vecchia balera nel 1963 prima che lui beh. Prima che lui decidesse di andare a cercar fortuna in Olanda. E l’Olanda è buia e inutile alle volte. E se sparisci, non ritorni. E il suo Gino non era mai più ritornato. E neanche lei era mai più ritornata davvero.

I tre scemi continuano le danza per quasi venticinque minuti. Non sembra vero quello che sta succedendo. Ma a Domenico non importa. Era quello che voleva.
“Dai neve, cadi” grida la nonnina e la neve comincia a cadere. Domenico non aspettava altro. Guarda in alto. Pensa ancora a Giulia. Il vecchio gira su se stesso con una foga impressionante e poi coinvolge la forse coetanea nel suo furore. In quel momento non è più un giorno della settimana, o dell’anno, ma è il giorno in cui stanno vivendo
Il vecchio lascia partire una risata tremenda e poi si lascia cadere all’indietro.
“Ho voglia di una MS” dice.
Anche la nonnina si lascia cadere sulla neve ormai alta. Definitivamente alta. Quella neve che vorresti per far si che le scuole chiudano. Perché un giorno di vacanza per neve è una cosa troppo bella, vero?
Domenico si siede e guarda il cielo, rimane a guardarlo per un po’ di minuti e non si riesce a capire cosa stia pensando. Poi abbassa lo sguardo e chiede al vecchio che tipo di MS vuole.
“Le special”
La nonnina ride. Guarda il vecchio e poi apre bocca in modo impensabile:
“Come quelle che fuma Giulia”
Domenico guarda la nonnina e non ci crede. Ma non fa niente. “Vado a prenderle” dice e poi scatta verso casa del Lele. Sulle scale vola come la nonnina e si ritrova dentro al casino. Sono tutti stranamente in piedi, barcollano, ma devono resistere.
“CINQUE”
Gridano in coro perché manca poco a qualcosa.
“QUATTRO”
Domenico è in palla. Sposta tutti in modo violento. Qualcuno cade anche a terra. Ma adesso quel momento è importante. Da lontano vede Giovanni e poi Giulia.
“Giulia dove cazzo hai messo la borsetta?”
“TRE”
Giulia non capisce e non risponde. Domenico manco la guarda. Abbassa lo sguardo alla ricerca della borsetta. Si gira e si rigira più volte in meno di un secondo. Ma nonostante gli sforzi il tempo non si ferma.
“DUE”
La borsetta. La borsetta era una di quelle cose per cui amava essere uomo. Eppure. Aveva conosciuto Giulia in un modo assurdo. C’era tipo un concerto e lui stava male. Era corso in bagno, ma era occupato. Dentro c’era Giulia. E quando lei è uscita a lui era passato improvvisamente tutto talmente era bella. Ovviamente la storia del loro incontro non è stata questa. Amici di amici. Che merda. Ma tanto in quel momento Domenico non ci stava minimamente a pensare a ste cose. Anzi, nervoso come mai intravede un luccichio vicino ai piedi di Giovanni. Si butta in terra, cazzo, è la borsetta.
“UNO”
Apre la borsetta è trova le MS Special. Intorno a lui succede il macello classico da capodanno, le gente si abbraccia e ride, brinda, urla, schiamazza, grida. Lui, si alza, non brinda, non grida, non schiamazza, è felice, corre, scansa tutti, ed esce.
Percorre le scale senza accorgersi e poi non vede l’ora di dare le sigarette al vecchio. Se le merita.
Quando finalmente arriva sotto il lampione non c’è più nessuno. Anzi, non c’è mai stato nessuno. La nonnina nemmeno è mai esistita. Domenico lo sapeva. Ci aveva provato a fregarsi, a dirsi che tutto era vero, che c’era un motivo per cui correre e volare giù per le scale. Un motivo più grande di tutto il resto.
La neve non c’era più. Non era mai caduta. Domenico si sdraia sul marciapiede. E aspetta. Poi smette di aspettare. Domenico non capisce, mai.

“Ragazzo, non è che hai visto per caso una signora piuttosto anziana qui in giro poco fa?”
Era un signore anziano, parlava con accento strano.
“Doveva essere in compagnia di un altro signore, il suo amante”
Domenico non capiva. Da dove cazzo veniva quell’uomo.
“No guardi, qui non è passato nessuno, chi vuole che stia in giro il 31 di Dicembre, anzi l’1 Gennaio”
“Ma è impossibile, doveva per forza essere qui da queste parti, la deve avere vista, è una signora bellissima”
“Ma lei chi è?”
“Mi chiamo Gino, son venuto dall’Olanda solo per lei. Sono anni che la cerco”
“Io da Giulia mica ci torno”
“Quindi non l’hai vista?”

“No, no davvero”